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3465414713 Laura

Breve estratto:

Capitolo 1

Mondo onirico #1

Piccolo, tu sei piccolo, con un testone che pare un’anguria. Mi osservi seduto in disparte, in ginocchio, mani sul grembo, con quella bella maglietta marroncina e nera a righe strette, che metti sempre per giocare in giardino; è sgualcita e con piccoli fori all’altezza del collo, regalo del tuo mordace cagnolino Spike, e tu ci metti sempre dentro il piccolo dito indice sporco di terra. E ridi, mi guardi e ridi. Cosa c’è, ho qualcosa sul viso, ho la faccia da scema? Ti faccio il solletico con lo sguardo, ho capito.

Tu, così piccolo, hai tanto da insegnare; in quella testa gigante ci sono già i germogli delle future idee. Cambierai il mondo, lo so. Certo, un pezzettino, ma lo farai.

Ti alzi, cominci a trotterellare, con quell’andatura che pende a sinistra e poi pericolosamente a destra, ma vai come una lepre. Aspettami. Ti corro dietro per quasi un chilometro. Aspetta, testone! Entri in un giardino che non sapevo esistesse, mi chiedo se ci sia sempre stato, e scompari.

Casa Donan

Sta dormendo nella sua stanza. E’ una ragazza alta poco più di un metro e 60, occhi castani, profondi e indagatori fin dalla tenera età, capelli biondo ramato, taglio corto e spettinato. La sua camera è composta da un letto a una piazza e mezzo con intorno il classico armadio a ponte. Sulle ante del mobile sono appiccicati, fittamente, tanti poster di gruppi punk passati e presenti, foto di lei e qualche amico o amica, foto di lei e un ragazzo biondo, biglietti di concerti, scarabocchi e bigliettini di quelli che girano, talvolta, tra i banchi di scuola per scambiarsi messaggi, appesi alla rinfusa come trofei dell’insubordinazione scolastica degli anni passati. Sulla parete opposta alla porta, una finestra e, davanti alla finestra, una scrivania di legno, gremita di oggetti di ogni tipo: quadernini, fogli, matite, penne, residui di gomma da cancellare, lattina di Coca Cola vuota, tabacco di sigaretta, posacenere pieno zeppo di mozziconi, crema per le mani, piatto sporco, appoggiato in bilico su una pila di libri posizionata sul lato destro della scrivania.

Ora Antea ha 19 anni, si è diplomata da poco. Almeno così le sembra di ricordare.

Mi sveglio. Ho sognato ancora il mio fratellino. Ormai sono tre anni che non c’è più, mi viene a trovare la notte ed è come se volesse dirmi qualcosa che è lì, sulla punta della lingua del sogno, proprio sul labbro di Morfeo. Ma niente, mi sveglio sempre prima. Non importa, arriverà il momento giusto. Del resto, ripiombare nella veglia ha sempre il suo bel peso. Sulle spalle. Infatti, ho le spalle che sembrano due tronchi. Fanculo il mondo. Ieri sera ho fatto tardi, ho bevuto troppo, ho gli occhi appannati e mi gira la testa. Mi strofinassi a forza sul muro, cadrebbero ste carogne dalle spalle? Chissà. Ogni volta che esco di casa, ultimamente, lo faccio soltanto con il chiaro intento prestabilito di sbronzarmi a morte. Forse perché, altrimenti, la realtà non la potrei reggere. O meglio, nel mio caso temo sarebbe più opportuno parlare di non-realtà. So di esserci, ma credo di aver bisogno di sentirmi di più, oppure di meno, a seconda dei momenti. Mi spiego, con me stessa in primis, che spesso son la prima ad aver bisogno di auto-delucidazioni; a volte mi sento talmente tanto che mi sembra di esplodere, come se avessi lava incandescente che bolle nelle viscere, e rischiassi di eruttare, così mi sbronzo e poi sbocco, almeno mi libero di tutto questo assurdo surplus di sbiadite e deliranti emozioni. Ma sbiadite non nel senso che non si vedono, nel senso che non le capisco, come se fossero disegnate su una mappa antica, ormai usurata dal tempo. E mi ritrovo a chiedermi “valeva la pena venire al mondo per viaggiare con questa ciofega di mappa, completamente frastornata e vittima di me stessa?”. Inoltre, sempre o quasi, contornandomi di gente di cui ho una stima pessima, con cui non mi trovo praticamente su nessun discorso, perché loro sono solo quelli che “si sbronzano”. Quindi vivo in bilico; da una parte loro, quelli con cui si va a bere e far serata, dall’altra gli “amici” di teatro, che poi tanto amici non sono. Forse è colpa mia, forse sbaglio qualcosa; oppure sono troppo sospesa nel mezzo, appesa nel vuoto, inafferrabile, irraggiungibile, per potermi permettere di continuare a lamentarmi di quanto la vita sia una merda, considerando gli altri responsabili e mai me stessa. E se ho dei lampi di consapevolezza, cerco di scacciarli via subito con pensieri superficiali. Ad esempio: oggi ci sarà Tommy al cambio turno delle 9:30? E mi stupisco ogni volta del fatto che un figo atomico come lui, intelligente, profondo, alternativo e interessante senza volerlo essere, faccia il mio stesso lavoro da sfigato. Io lo faccio perché non mi impegno a fare altro, perché vivo sotto il pelo dell’acqua, ma lui che motivazione potrà mai avere? Ciononostante, mi ritrovo a pensare che questo non sia, necessariamente, un pensiero superficiale. Vorrei essere come lui. Anzi, forse, a volte, vorrei essere proprio lui.

Guardo il display rosso dell’orologio sveglia: cazzo, è tardi!

Strofino gli occhi e mi avvio strisciando, letteralmente, o meglio trascinando i piedi sul pavimento come se sotto ci fosse del miele, in direzione del bagno, chiedendomi come mai, durante i miei sogni, mio fratello non ha nome e spunta un fantomatico cane che si chiama come lui. Dovrò tornare in analisi.

Oggi turno speciale: 7:30/9:30 sul giro scuolabus 1. Supplenze stimolanti della splendida cooperativa a delinquere per cui lavoro. Giubilo. Meno male che ho il teatro che mi salva. Forse potrei fare un monologo su Spike, il cane-bambino con la testa d’anguria.

Quando mio fratellino è morto, avevo 16 anni, lui ne aveva 6. Com’è morto? E’ annegato nella vasca da bagno piena di candeggina, nel tentativo di recuperare una macchinina della polizia che gli era scivolata nell’acqua, mentre la faceva scorrere sui bordi. Non era sott’occhio di nessuno, ma avrebbe dovuto essere sorvegliato, più o meno a vista, dalla sottoscritta. Volete sapere se mi sento responsabile, in colpa, se voglio morire e via dicendo? Insomma, i dettagli macabri della mia mente. Ma certo che no, vi dirò io. Doveva andare così, vi dirò io. Tra l’altro quella macchinina era mia, me l’avevano presa quando avevo circa 8 anni, nella cartoleria del paesello al mare, mi sembra in Toscana.

Mi stavo facendo una canna. Sì, esatto, quando Spike è annegato, io ero nella stanza a fianco, Nirvana nel mangianastri di mia madre, canna d’erba in mano. Anzi no, stavo rollando una canna, poi ho sentito mia madre gridare “Anteaaaa, dov’è Spike?”. Sì, mi chiamo Antea, lui si chiamava Spike, e siamo italiani, ma i miei sono due “artisti” e ci hanno dato dei nomi da coglioni totali. Forse anche questo ha influito sul decorso delle nostre vite.

Mia madre, da ragazza, aveva questa fissazione maniacale per i film; andava sempre al cinema del paese, che dava film d’autore vari, stranieri e molto affini al suo mondo hippie, ora radical chic, credo, ma non voglio sbilanciarmi troppo nel comprendere quelle che, per me, sono sempre state colossali cazzate di fantapolitica, di cui, francamente, mi importa sega. L’aspetto comico, o tragico, a seconda della prospettiva di chi guarda la cosa, era che il cinema dove trascorreva i suoi anni di piombo del cazzo, si chiamava “cinema Anteo”. Da piccola ero ignara, vivevo nell’inconsapevolezza, in un certo senso anche nella libertà dell’ignoranza ma, una volta cresciuta, il mio nome ha cominciato a tormentarmi. Dapprima poco, poi sempre peggio.

“Come ti chiami, scusa? Antea? Ma che cazzo sei, un cinema?” e giù a sbellicarsi dalle risate e a darmi coppini in testa.

“Cosa danno stasera, Antea?”

“Possiamo limonare io e la mia tipa seduti su di te?”

“Quanto costa il biglietto per entrarti dentro?”

“Ultimamente c’è stato un calo nelle vendite, vero?”

“No, mi spiace, costi troppo”

E stronzate a profusione per tutti i tre anni delle medie. Poi mi sono rotta il cazzo e ho cominciato a diventare stronza e intrattabile. E sì, perché da bambina ero una specie di Pollyanna della bassa. Tutta amore e zucchero. A parte con mio fratello. Con lui ero odiosa già da piccola, ma lui non era da meno. Certi spintoni, pizzicotti, giochi lanciati in faccia, che manco allo stadio. Ma per l’appunto, tornando a Spike. Durante le medie ho smesso di cagarlo, quindi me lo affidavano e io lo guardavo con il pilota automatico, senza partecipazione. Ma quel giorno infame mi sono distratta un attimo di più e, insomma, sono andata a cercarlo, poi l’ho trovato in bagno; mio fratello era lì, galleggiava a pancia in giù nella vasca, e io lo fissavo immobile. Ho pensato “ho bisogno di fumare subito”. Poi il nulla. Non ho più sentito niente, l’assoluto vuoto cosmico, da quel momento ad ora. Se mi lanciassi contro un muro di testa, credo che forse sentirei un formicolio leggero al cranio, niente più. Non prendo nulla, giuro.

Da una che si chiama come un cinema al femminile, cosa ci si poteva aspettare?

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